Se perdoni troppe volte, gli altri si abitueranno a trattarti senza rispetto

Il perdono è come un balsamo per l’anima che non solo alleggerisce il peso di chi ha commesso una cattiva azione ed è pentito, ma allevia il dolore di chi l’ha subita. La rabbia e il rancore infatti generano soltanto altro male e soffocano la felicità. Il perdono va elargito come un dono prezioso da non sprecare assolutamente. Perdonare è un atto nobile che non deve essere dato per scontato altrimenti chi lo riceve può perdere il rispetto di chi lo concede.uando si perdona qualcuno si fa pace con il proprio passato, ci si immerge nel presente e si accoglie con fiducia il futuro. Tuttavia perdonare è diverso da dimenticare, perché anche se si decide di “metterci una pietra sopra”, bisogna comunque fare tesoro dell’esperienza. Accettare le scuse equivale a concedere una seconda possibilità, l’opportunità di cambiare comportamento e di modificare anche il proprio atteggiamento quando e se si verificano le stesse condizioni. Chi ha riconquistato la fiducia della persona a cui ha causato un danno non deve confonderla con impunità. Voltare pagina vuol dire invece avere maggiore responsabilità perché di norma l’esperienza condivisa, nel bene o nel male, deve essere servita a entrambi per crescere e per diventare migliori. Abusare del perdono è imperdonabile, perché è come giocare con il karma e rimettere caos dove è stato ripristinato l’ordine. Si dice spesso che si apprezza ciò che si ha solo quando lo si perde, ma forse una drastica rottura, nel lavoro, in amicizia o in amore, può essere l’unica strada per comprendere davvero e manifestare pentimento. Se una volta che qualcuno è stato perdonato persevera nei propri errori, allora è proprio dovere riprendere indietro questo dono, difendendo l’autostima, il rispetto di sé stessi e il proprio benessere. Non tutti riescono o vogliono davvero cambiare dopo, per questo bisogna imparare a distinguere chi è meritevole da chi non lo sarà mai. Una preziosissima lezione che tutti, almeno una volta nella vita, dovremmo imparare e farne tesoro

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Silenzio

Bisogna impararlo il silenzio. Ascoltare le sue vibrazioni, averci confidenza. C’è quello empatico e denso di chi ascolta, quello leggero di chi sogna. Quello di fuoco di chi aiuta. E poi c’è quello crudele di chi ignora. E’ fatto di ghiaccio e vento freddo. Ti può ferire in qualsiasi momento. (Fabrizio Caramagna)

Viaggiate

Viaggiate

che sennò poi

diventate razzisti

e finite per credere

che la vostra pelle è l’unica 

ad avere ragione,

che la vostra lingua

è la più romantica

e che siete stati i primi

ad essere i primi 
Viaggiate 

che se non viaggiate poi

non vi si fortificano i pensieri 

non vi riempite di idee

vi nascono sogni con le gambe fragili

e poi finite per credere alle televisioni

e a quelli che inventano nemici

che calzano a pennello con i vostri incubi

per farvi vivere di terrore

senza più saluti

né grazie

né prego

né si figuri
Viaggiate

che viaggiare insegna

a dare il buongiorno a tutti

a prescindere

da quale sole proveniamo,

viaggiate

che viaggiare insegna

a dare la buonanotte a tutti

a prescindere

dalle tenebre che ci portiamo dentro
Viaggiate

che viaggiare insegna a resistere

a non dipendere

ad accettare gli altri non solo per quello che sono

ma anche per quello che non potranno mai essere,

a conoscere di cosa siamo capaci

a sentirsi parte di una famiglia

oltre frontiere, oltre confini,

oltre tradizioni e cultura,

viaggiare insegna a essere oltre
Viaggiate 

che sennò poi finite per credere

che siete fatti solo per un panorama

e invece dentro voi

esistono paesaggi meravigliosi

ancora da visitare.

Gio Evan

Riconciliazione e perdono

Riconciliazione con gli altri 

Solo chi è riconciliato con se stesso è capace di riconciliarsi anche con gli altri. Molti incontrano grosse difficoltà nel perdonare gli altri. 

Esigono troppo da se stessi, perché pensano di dover perdonare immediatamente. 

Il perdono è sempre un processo che richiede tempo. 

Alcune persone non guariscono perché non sanno perdonare. 

Finché non riescono a perdonare, rimangono legate a colui che le ha ferite, si lasciano condizionare da lui. 

Nella mia esperienza di accompagnamento, incontro continuamente persone che per lunghi anni portano dentro di sé il rancore verso qualcuno. 

L’astio divora la loro anima e ruba le loro energie: e abbastanza spesso finiscono anche per ammalarsi. 

La riconciliazione con quelli che mi hanno ferito nel corso della mia vita, non è semplicemente una decisione della volontà.

È piuttosto un processo che secondo me avviene in cinque fasi. 

Il primo passo richiede che io lasci spazio al dolore. 

Non debbo scusare troppo presto colui che mi ha ferito. È del tutto indifferente se l’altro mi ha ferito apposta oppure non poteva fare altrimenti: il fatto è che mi ha fatto soffrire. E questo dolore devo nuovamente percepirlo nella sua realtà. 

Mi sono sentito abbandonato, sminuito, preso non seriamente in considerazione. 

Il secondo passo consiste nel lasciar spazio alla collera (rabbia). 

La collera è la forza di buttare fuori da me colui che mi ha ferito. 

Collera non vuol dire mettermi a gridare contro l’altro oppure ferirlo a mia volta. Essa consiste invece nel prendere una sana distanza dall’altro. 

Posso dirmi per esempio: non penso più continuamente a lui; gli impedisco di entrare in casa mia, cioè gli proibisco di abitare nel mio intimo, di occuparmi continuamente di lui nei miei pensieri. 

Nello stesso tempo devo trasformare in energia questa collera: posso vivere da me stesso; non ho bisogno dell’altro perché la mia vita abbia un esito positivo. 

Il terzo passo si riferisce al guardare oggettivamente ciò che è accaduto. Cerco ora di comprendere perché l’altro mi ha ferito. Forse non ha fatto altro che trasmettere le ferite che a sua volta aveva ricevuto. 

Mi sforzo quindi di capire me stesso: per quale motivo il comportamento dell’altro mi ha fatto soffrire così tanto. 

Forse l’altro ha toccato in me un’antica piaga, un posto dove non mi sono ancora riconciliato con me stesso. 

Questa riflessione diventa un invito a occuparmi di questa zona così vulnerabile e ad accettare me stesso con questa mia vulnerabilità. 

Il quarto passo della riconciliazione con l’altro consiste propriamente nell’atto del perdono. Perdonare significa che mi libero dal legame con l’altro. Lascio che il suo comportamento rimanga in lui e così mi distacco dall’altro. Il perdono è sempre un segno di forza e non di debolezza. 

Rinuncio a girare continuamente attorno alle mie ferite. Se queste sono però troppo profonde, non riesco ancora a incontrarmi con l’altro, nonostante il mio perdono. 

Devo allora accettare i miei limiti. Ho perdonato all’altro, ma non sono ancora capace di costruire con lui un rapporto normale. 

Molti psicologi hanno sperimentato, tra le altre cose, che il perdono è un atto terapeutico, che rende possibile la guarigione delle proprie piaghe e ci libera dal rimuginare continuamente il nostro passato. 

Il perdono ci rende capaci di impegnarci nel momento presente con tutto il nostro essere. 
Il quinto passo della riconciliazione trasforma le piaghe in perle. 

Ildegarda di Bingen sostiene che la riuscita della vita dipende dal fatto che le nostre piaghe vengano trasformate in perle. 

Se compissi soltanto i primi quattro passi, avrei sempre la sensazione di subire un danno, poiché ero stato ferito in modo veramente grave. 

Il quinto passo mi mostra che nelle mie ferite si trova un tesoro prezioso. 

Là dove mi hanno ferito sono crollate le mie maschere e ho potuto mettermi in contatto col mio vero Sé. 

Le piaghe mi fanno sentire vivo, mantengono sveglia in me la nostalgia di Dio e mi aprono verso le persone con le loro ferite. 

Dato che io stesso sono stato ferito, posso meglio comprendere le altre persone con le loro piaghe. 

Molti terapeuti e pastori d’anime hanno trasformato le loro piaghe in perle. Gli antichi greci sapevano già che solo il medico ferito poteva veramente guarire. Se le mie piaghe vengono trasformate in perle, non porto più rancore contro quelli che mi hanno ferito. 

Allora il perdono non è soltanto qualcosa di passivo, ma rende possibile la scoperta delle mie energie e mi dà fiducia di imprimere in questo mondo la traccia inconfondibile e del tutto personale della mia vita. 

Questi cinque passi della riconciliazione con l’altro si possono percorrere senza parlare con l’altro. Spesso però è di grande aiuto chiarire la ferita con un altro. È sempre necessaria tuttavia la prudenza nel giudicare se il dialogo con l’altro sia veramente opportuno. Se dico a dei genitori anziani che mi hanno ferito, li metterò in confusione e pretenderei troppo da loro. 

Il processo della riconciliazione avviene dentro di me. 

Spesso è bene parlarne con una terza persona, ad esempio nell’accompagnamento pastorale o in una analisi terapeutica. 

Se si tratta di ferite attuali, devo decidere se per me è meglio segnalare all’altro che mi ha ferito, oppure se posso perdonargli interiormente. 

Se dico all’altro che mi ha ferito, ciò non deve essere in alcun modo una rimostranza, bensì un’informazione, affinché sappia come il suo comportamento si riflette su di me. 

Un’altra questione è se devo dire all’altro che lo si perdona. 

Il direttore di una fabbrica mi raccontava di avere un conflitto con la sua segretaria. 

Durante la discussione, la donna disse: «Le perdono in nome di Gesù». Per il direttore fu come uno schiaffo in faccia. Infatti in questa frase risuonava implicitamente: «Tu sei colpevole. Sei un tipo cattivo, ma io sono una persona spirituale e di animo generoso e ti perdono». Per l’altro, simili dichiarazioni di perdono sono un’accusa. Non producono alcuna riconciliazione, bensì rendono il disaccordo più profondo. 

Quando l’altro non accoglie il nostro perdono, abbiamo sempre la sensazione di essere persone migliori di lui. 

Nel monachesimo dei primi secoli cristiani, si racconta la storia di un monaco che andò dal suo vecchio padre spirituale lagnandosi che suo fratello non aveva accettato il suo perdono. Allora il vecchio abate gli rispose: «Guarda bene dal non metterti al di sopra di tuo fratello. Immagina di aver peccato contro di lui e va così da tuo fratello». 

Quando il monaco andò dal fratello con questo atteggiamento, fu il fratello che gli andò incontro e i due si abbracciarono. Certamente il fratello si era accorto del cambiamento avvenuto nel monaco. Il nostro perdono potrà giungere fino all’altro solo quando è inteso sinceramente e riusciamo a scorgere anche la nostra parte di colpa. 
Anselm Grün

scrittore, terapeuta, monaco dell’abbazia benedettina di Münsterschwarzach (Germania)

 Da  leggoerifletto